Discorso di apertura della 1a parte della sessione ordinaria del 2018
Strasburgo, lunedì 22 gennaio 2018

Care e Cari Colleghi,
Illustri Ambasciatori,
Signor Segretario Generale, Signora Vice Segretario Generale, Signor Segretario Generale dell'Assemblea,

è un grandissimo onore per me assumere in questo momento la Presidenza dell'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa e voglio anzitutto ringraziare i gruppi politici – a partire dal mio gruppo - che, sulla base dell'accordo che regola la rotazione della nostra Presidenza, hanno riposto la loro fiducia in me. E desidero ringraziare anche tutti i membri dell'Assemblea che hanno accolto questa indicazione e che con il loro assenso hanno reso possibile il mio incarico.

Mi è molto chiaro che in democrazia ogni potere scaturisce dal libero consenso dei membri di una comunità: essi lo possono conferire o lo possono togliere e chi esercita un potere democratico sa che questo è un potere che gli è stato solo temporaneamente affidato. Non gli appartiene, ma gli deriva da altri e ad altri egli o ella deve rispondere. La democrazia non definisce solo un modello di investitura del potere, ma anche un modello di esercizio del potere, caratterizzato da accountability e responsiveness.

Questi valori sono stati incarnati da chi mi ha preceduto, Stella Kyriakides, che vorrei ringraziare per la discrezione, la saggezza e l'equilibrio con cui ha rivestito questo ruolo delicato, con un grande senso della dignità dell'istituzione e creando un'atmosfera di serenità e di leale collaborazione in un momento non facile della vita di questa istituzione.

Infine devo un ringraziamento al mio Paese, l'Italia, e ai miei concittadini, che, eleggendomi in Parlamento, mi hanno consentito di svolgere un intenso lavoro alla Camera dei Deputati e nella nostra Assemblea. Mi piace pensare che il Consiglio d'Europa non vive solo della volontà dei Governi che hanno stipulato tra loro un Trattato, ma vive della volontà dei cittadini, delle loro risorse, del loro mandato. Tutto in democrazia rimanda all'idea della sovranità dei cittadini e al fatto che i rappresentanti sono loro "trustees and servants" come dice la bella Declaration of Rights della Virginia.

È la seconda volta che un italiano riveste questo importante incarico. Prima di me è stato Presidente Giuseppe Vedovato negli anni 1972-1975. Studioso di diritto internazionale e valente politico, ha presieduto l'Assemblea nel momento assai delicato della dittatura e successiva caduta del regime dei colonnelli greci…. Ma accanto al nome di Vedovato, nell'assumere questo incarico non posso non pensare al nome di altri due grandi europeisti: Alcide De Gasperi, proveniente dalla mia stessa regione, il Trentino Alto-Adige, e Altiero Spinelli. Entrambi hanno maturato il loro ideale di un'Europa unita nelle carceri fasciste. Sperimentando la privazione della libertà personale hanno compreso che il rispetto della dignità di ogni persona, le libertà fondamentali e la giustizia sono a rischio là dove prevale il nazionalismo e possono meglio essere garantite da un orizzonte europeo dove i diritti fondamentali trovano la suprema garanzia in una Corte sovranazionale.

Cari colleghi, Care colleghe,

Nei momenti di difficoltà occorre sempre ricordare che le grandi conquiste della civiltà europea sono il frutto delle lotte e dei sacrifici del passato. Non c'è un articolo della nostra Convenzione, così come delle nostre Costituzioni democratiche, che non sia il frutto di lotte di uomini, di donne, di lavoratori, di minoranze di ogni orientamento che con la loro vita, con il loro impegno, con la loro fatica hanno combattuto per i loro diritti, hanno difeso i loro ideali. Niente è stato regalato, ma tutto è stato conquistato a caro prezzo. Spinelli diceva "l'Europa non scende dal cielo" e così la libertà, la democrazia, i diritti umani non sono scesi dal cielo. E allora se pensiamo che da tempi molto più difficili sono scaturite speranze ed energie straordinarie e che da tempi di schiavitù siamo riusciti a costruire tempi di libertà, di fronte alle difficoltà del presente non dobbiamo abbatterci e farci schiacciare dal pessimismo.

Il nostro inno europeo è l'inno alla gioia. Not everybody knows it, but the European anthem: the Ode to Joy  from the fourth movement of Beethoven's ninth symphony was proposed as "an anthem for the Europe we are building" by our Assembly in 1971. The same is true for the twelve-star European flag, which symbolises European unity worldwide and is also used as the European Union's emblem: this was designed at the Council of Europe, upon the Assembly's proposal, and introduced following a vote by the Assembly and a decision by the Committee of Ministers in 1955.  Possiamo essere orgogliosi di tante cose che abbiamo inventato e che hanno avuto successo!

Ebbene, l'inno alla gioia comincia con le parole "Freunde, nicht diese Toene!" "Amici, non questi toni!" come dire: abbandoniamo i toni del lamento e ritroviamo la voglia di costruire.

Nel corso del 2017 l'Assemblea ha sottolineato con forza nella risoluzione sul 4° Summit la necessità di rafforzare l'unità del Consiglio d'Europa come unica istituzione europea che raccoglie 47 Paesi attorno ai valori dei diritti umani, della democrazia, dello Stato di diritto e attorno alla sua Corte Europea, rimettendo al centro della vita del nostro continente i principi della Convenzione Europea dei Diritti Umani e della Carta Sociale Europea.

In un momento di grandi e drammatiche sfide – dal terrorismo alle migrazioni, dalle vecchie e nuove povertà alla sfiducia nelle istituzioni rappresentative, dal risorgere del razzismo e della xenofobia alla immane solitudine di tante persone – dobbiamo reagire alle tentazioni di chiusura nazionalistica e sciovinistica, alle fughe centrifughe e ai conflitti, riaffermando la necessità di pace e giustizia nel nostro continente.

La nostra Assemblea, quale foro politico paneuropeo e organo statutario del Consiglio d'Europa, deve svolgere un ruolo portante nel rispondere a queste sfide. E perché questo sforzo sia realmente efficace, dobbiamo contare sul coinvolgimento attivo dei membri e delle delegazioni di tutti i 47 paesi. Lasciatemi esprimere, in questo contesto, il mio rammarico per la decisione del Parlamento russo di non presentare le credenziali per la sessione ordinaria 2018. Ciò nonostante, il dialogo con i parlamentari russi - così come con i parlamentari di tutte le delegazioni - continua, nel rispetto delle nostre regole e obblighi.

Onorevoli colleghi,
Signore e Signori,

L'anno scorso, la nostra Assemblea ha lanciato un chiaro appello a favore della convocazione di un 4° Summit di capi di Stato e di Governo perché al più alto livello si riaffermi la volontà dei Paesi membri di fare del Consiglio d'Europa la "casa comune" di tutti, nel rispetto della pari dignità di ogni membro, della sua integrità e libertà, e nell'impegno di tutti a mantenere fede alla Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo e a tutte le altre convenzioni e a contribuire in modo leale alla vita dell'istituzione.

Permettetemi di citare il testo della Risoluzione 2186 (2017):

"As part of the preparatory work for the Summit, the Assembly resolves to continue its own reflection on its identity, role and mission as a statutory organ of the Council of Europe and a pan-European forum for inter-parliamentary dialogue which aims at having an impact in all Council of Europe member States. This reflection would also enable the Assembly to provide its own vision of the future of the Organisation".

Questa riflessione sulla nostra identità, che l'Assemblea deciderà come sviluppare, mi sembra una straordinaria possibilità perché la nostra istituzione possa riaffermare con forza la propria vocazione di custode dell'unità europea. Credo fortemente che tutti gli Stati membri del Consiglio d'Europa debbano partecipare in questo processo.

In questo lavoro, non dobbiamo smettere di denunciare apertamente ogni violazione dei diritti umani in qualsiasi parte del nostro continente avvenga e da parte di qualsiasi autorità. Non possono e non devono esserci zone franche. Ma questa difesa dei diritti umani sarà tanto più forte se sapremo coniugarla con una sempre maggiore unità tra i nostri popoli.

Dobbiamo instancabilmente cercare ciò che ci unisce.

E in questo può aiutarci la dimensione culturale e sociale della nostra vita.

Il centro della Convenzione e la base dell'identità europea è il rispetto della dignità della persona. Questo principio – che è certamente un principio giuridico e politico – si è affermato attraverso una profonda comprensione dell'essere umano che è tipica della civiltà europea. La centralità dei diritti umani è il prodotto di una comprensione dell'umano che si nutre di diverse tradizioni. Alle spalle della Convenzione non ci sono solo documenti giuridici come la Magna Charta o la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino francesa, ma ci sono anche la poesia di Dante, i drammi di Shakespeare, la musica di Beethoven, i romanzi di Dostoevskij e di Tolstoj. Nessun muro è riuscito a dividere l'umanesimo europeo che non può fare a meno di nessuno di questi apporti. E oggi – che abbiamo abbattuto i muri – dovremmo riuscire a far fiorire come non mai la ricchezza plurale di questo umanesimo.

Come custodi dell'unità europea noi dobbiamo rafforzare il ruolo della cultura europea. In questo lavoro dobbiamo stringere un'alleanza con il mondo della cultura, della scuola e delle università. Le università sono una creazione tipica europea e hanno contribuito in grandissima parte alla costruzione di questa cultura comune. Per questo sarebbe bello se la nostra Assemblea e l'intero Consiglio d'Europa riuscissero a mobilitare tutte le università europee attorno ai valori di questo umanesimo europeo e a difesa dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto. Abbiamo un esempio positivo: la rete accademica della Carta Sociale Europea. Una rete di docenti, ricercatori, studenti di tutta Europa uniti dallo sforzo di difendere e valorizzare la Carta Sociale. Sarebbe bello se per ognuna delle nostre Convenzioni fossimo in grado di stimolare la nascita di un network accademico europeo che vede nel Consiglio d'Europa il suo punto di riferimento. Penso alla Convenzione di Istanbul o alla Convenzione contro la corruzione. Sono temi su cui, attraverso reti accademiche, si potrebbero promuovere ricerche, scambi di informazioni e buone pratiche, organizzare itinerari di formazione, insomma mobilitare energie e rafforzare il tessuto connettivo della società civile europea.

Dobbiamo poi rilanciare il valore del parlamentarismo in un momento in cui il significato della democrazia rappresentativa appare offuscato. Da un lato i populismi mettono in discussione il valore della democrazia parlamentare, il valore della discussione e della deliberazione. Dall'altro l'invadenza del potere esecutivo e talvolta di regimi autoritari comprime la forza dei Parlamenti.

La nostra assemblea come assemblea europea può offrire a tutti i parlamenti nazionali un sostegno per recuperare la forza e la dignità del lavoro parlamentare, trovando standard comuni per garantirne l'indipendenza e l'integrità, ma anche la competenza e l'efficacia. E difendendo la libertà di parola e di dissenso e le sue protezioni giuridiche come l'immunità parlamentare.

La nostra battaglia contro la corruzione politica dev'essere una battaglia senza quartiere. Nei nostri Parlamenti nazionali, nei nostri Governi, nelle nostre società, ma anche nelle nostre istituzioni internazionali. Tanto più nelle istituzioni che si occupano di diritti umani. Quanta credibilità possono avere i nostri rapporti e le nostre risoluzioni se qualcuno sospetta che siano stati condizionati da interessi privati o da influenze improprie? Come potranno guardare alla nostra istituzione con fiducia e con speranza le tante persone che vedono violati o indeboliti i loro diritti, magari ingiustamente in carcere o emarginati dalla società per le loro opinioni o per il loro orientamento, se noi saremmo sospettati di essere al servizio di questo o di quel potere e non al servizio della dignità della persona? Per questo è essenziale che la nostra istituzione possa dare prova di imparzialità e trasparenza. Su questo piano abbiamo fatto passi significativi, migliorando le nostre regole e il nostro Codice Etico e sottoponendoci ad una indagine esterna. La volontà dell'Assemblea di fare ogni sforzo per dissipare ogni ombra sul proprio operato e difendere la propria reputazione è stata chiara. Ora si tratta di metterla in pratica attraverso l'impegno di ciascuno. La corruzione è un cancro della democrazia e dello Stato di diritto e per questo va combattuta con ogni energia.

Dentro i nostri Parlamenti e dentro la nostra Assemblea Parlamentare dobbiamo riaffermare la responsabilità che ogni Parlamentare ha di rappresentare non solo la propria parte, ma anche il tutto. E ciò deve avvenire anche tra noi.

Care Colleghe e Colleghi,

qui dentro sediamo in ordine alfabetico. Il nostro emiciclo non è diviso per gruppi politici o per delegazioni nazionali. Con ciò vogliamo dire che ognuno di noi deve farsi responsabile del tutto. Con qualche adattamento possiamo fare nostre le famose parole di Edmund Burke: "Parliament is not a congress of ambassadors from different and hostile interests; which interests each must maintain, as an agent and advocate, against other agents and advocates; but parliament is a deliberative assembly [of one nation,] with one interest, that of the whole; where, not local purposes, not local prejudices, ought to guide, but the general good, resulting from the general reason of the whole." 

Se faremo nostra questa trasparenza e questo senso di responsabilità per il tutto, potremo ravvivare non solo per noi ma anche per i nostri parlamenti nazionali quel senso di orgoglio che scaturisce dalla migliore tradizione parlamentare e che si trova espresso nella bella formula con cui le Cortes di Aragona giuravano fedeltà al Re: "Nos, que somos tanto como vos y todos juntos màs que vos, os hacemos rey de Aragòn, si jurais los fueros y si no, no". In questa formula la tradizione repubblicana ha sempre visto tutto l'orgoglio di chi si considera pari al sovrano e tutti insieme più del sovrano a cui si giura fedeltà se e solo se questi rimane fedele alle leggi.

È questo orgoglio e questo coraggio che dobbiamo recuperare.

Molti nostri concittadini sono delusi dalla politica perché la avvertono lontana dalle loro difficoltà e sofferenze. Guardano al futuro con preoccupazione per le sfide ambientali e i conflitti che si moltiplicano e vedono la politica come impotente.

Ricostruire la fiducia nelle istituzioni democratiche è un compito immane eppure dobbiamo intraprenderlo con coraggio. Dobbiamo tornare a dire con coraggio quale è la società in cui vogliamo vivere e in cui vogliamo che i nostri cari possano vivere. Non vogliamo una società dominata dalla paura: la paura delle donne di essere aggredite, la paura dei bambini di essere abbandonati e trafficati, la paura delle minoranze di essere discriminate, violentate, la paura di non avere lavoro, di non avere futuro, la paura di non poter esprimere il proprio pensiero, la paura di essere soli, la paura della guerra e del terrorismo.

A queste paure non possiamo rimanere indifferenti e dobbiamo far sì che le nostre istituzioni – a partire dai Parlamenti nazionali e dalla nostra Assemblea Parlamentare – possano ritrovare la capacità di far risuonare al proprio interno queste paure, di dare ad esse ascolto ma anche conforto, di infondere coraggio e speranza.

Se c'è un augurio che vorrei rivolgere a noi in questo momento è proprio questo: essere capaci di ascoltare le paure e di trasformarle in speranza.

Alla fine della tragedia dei totalitarismi, il sogno dell'Europa unita ha saputo fare questo. E ha costruito un continente dalle incredibili risorse spirituali e materiali.

Assieme possiamo di nuovo essere all'altezza di questo compito. È nostro dovere provarci.

75 anni fa venivano giustiziati a Monaco di Baviera gli studenti della Weisse Rose che in modo disarmato si erano opposti al regime di Hitler diffondendo dei volantini nella loro università in cui denunciavano le azioni criminali del regime. Sophie Scholl, una di loro, aveva scelto come motto le parole del filosofo francese Jacques Maritain: "Il faut avoir un esprit dur et le coeur tendre". Bisogna avere uno spirito duro e il cuore tenero. Un cuore tenero per sentire la sofferenza del mondo. Uno spirito duro per combattere la violenza e battersi per la libertà di tutti.

Grazie per su attenzione.