SESSIONE ORDINARIA 2003
(Seconda parte)
ATTI
della quindicesima seduta
Giovedì 3 aprile 2003 - ore 15
ADDENDUM II
DISCORSI IN ITALIANO NON PRONUNCIATI
JURI. Prima di esprimermi sulla risoluzione, una domanda che mi viene spontanea: con quale stato d’animo e convinzione intima ci accostiamo oggi a questo problema?
E’ una guerra giusta? Una guerra un tantino sbagliata ma necessaria, che ha le sue motivazioni e va quindi capita? Una guerra senza qualifica che va presa come tale e che nella speranza che finisca presto, ci impone di ragionare solo sul dopo? O è una guerra ingiusta, sbagliata e inutile anche per chi l’ha ideata e sferrata, e oltremodo pericolosa per l’umanità intera e il suo ordinamento?
Premettendo che le guerre sono, a mio avviso, sempre ingiuste, ma possono rendersi necessarie come ultima ratio se finalizzate alla difesa di taluni valori, principi e regole, ritengo quella in corso inseribile esclusivamente nella seconda categoria!
E un giudizio su di essa è indispensabile, se vogliamo dedicarci al dopo, che non è né può essere soltanto risanamento delle sue conseguenze in loco, non è né può essere solo assistenza umanitaria, ricostruzione e democratizzazione dell’Iraq, ma è e dev’essere anche recupero di quella logica di governo mondiale, ovvero della legalità che l’azione unilaterale degli Stati Uniti e dei loro alleati ha infranto.
E’ una guerra, prodotto di un attacco che ha tutti i connotati di un’aggressione di una coalizione di Stati sovrani membri dell’ONU su un altro Stato sovrano membro dell’ONU, che senza l’avallo di quest’ultima ne sfugge al controllo, ne viola i principi, ne svilisce il ruolo e la centralità politica e giuridica al di là del dramma umanitario e delle conseguenze ambientali ed economiche.
Soprattutto perché fuori dall’ONU, è una guerra esecrabile sulla quale dobbiamo esprimere un giudizio di ferma e inappellabile condanna!
E dobbiamo farlo non per mettere in pace le nostre coscienze, ma per dire a chi impone la legge del più forte che così il mondo non può funzionare, non può crescere, non può fornire benessere, giustizia, democrazia e pace e non può avere un domani.
Che Saddam Hussein sia un dittatore e che il popolo iracheno sia represso è fuor di dubbio, ma se si accetta la motivazione della “liberazione” e della “democratizzazione” che gli attaccanti sventolano si crea un precedente che prefigura tutta una lista di Paesi sovrani ed indipendenti ma poco democratici sui quali intervenire in seguito?!
Che la missione di “liberazione e democratizzazione” sia poi deputata agli Stati Uniti, ovvero a chi possiede gli arsenali più forniti e gli eserciti più abilitati, senza un meccanismo di verifica e di consenso più ampio e su regole precise, è la negazione di se stessa!
Sul pericolo incombente sull’umanità di un attacco del regime di Saddam Hussein con armi di sterminio è inutile spendere ulteriori parole, visto che la situazione era sotto il pieno controllo del Consiglio di sicurezza, ovvero dei suoi ispettori, e non si presta più neppure a pretesto di questo attacco.
Una guerra quindi di conquista e dominazione, programmata per altro fin dal settembre 2000 come rileva il “Rebuilding american defensive strategic forces and resources in the new century” – autori: Chaney, Rumsfeld, Wolfovitz e Bush, fuori da ogni regola universalmente concordata, che non possiamo non ripudiare, se intenzionati a concorrere responsabilmente alla creazione e alla messa in opera di un programma sul dopo che abbia credibilità, consistenza e lungimiranza.
Da qui il mio fermo “si”, senza “se” e senza “ma”, alla risoluzione che abbiamo sul tavolo ed il mio sincero grazie all’onorevole Andrea Gros per avercela fornita.
GABURRO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il precipitare degli eventi, nonostante molti sforzi contrari nel gravissimo esito della guerra, induce ad alcune considerazioni sulle Istituzioni politiche internazionali, alle quali è affidato il compito di perseguire la pacifica convivenza e il bene comune tra i popoli della Terra.
Una prima valutazione riguarda le loro difficoltà, dimostrate dalla incapacità di assicurare questi grandi obiettivi.
Ciò è evidente, prima di tutto, per le Nazioni Unite, nate alla fine del secondo conflitto mondiale proprio per garantire, insieme ai diritti umani, la convivenza pacifica e solidale tra i popoli.
Diffusa è l’opinione secondo la quale la guerra irachena costituisce un colpo gravissimo a questa istituzione.
Anche le altre Istituzioni sono state messe alla corda.
Pensiamo all’impasse dell’Unione europea, che pure riassume in sé potenze politiche, economiche, diplomatiche, militari, che dovrebbero essere capaci di proporre insieme le linee comuni di una politica internazionale di pace e di solidarietà.
Di fronte alle difficoltà delle istituzioni, constatiamo l’affermarsi di nuovi poteri.
Il potere economico, nella nostra società globalizzata, taglia trasversalmente i vari ordinamenti statali, si sottrae sempre più al loro controllo, ma influenza le loro determinazioni.
Il potere scientifico-tecnologico, è insofferente di ogni regolamentazione giuridica, la cui presenza e il cui ruolo si intravedono anche nelle vicende belliche dell’Iraq.
La nostra Assemblea può e deve impegnarsi in una risoluzione coraggiosa e di alto profilo politico, nella prospettiva di ciò che verrà una volta che - speriamo presto - la pace sia stata recuperata.
Facciamo fatica a ritrovare il cammino di una posizione comune, ma questo è il momento.
Sono di parte sia la posizione franco-tedesca sia la risposta transatlantica degli otto.
Ricucire partendo dall’Europa e dai rapporti di amicizia tra l’Europa e gli Stati Uniti è una sfida che dobbiamo affrontare con rinnovata fiducia.
La guerra all’Iraq non doveva cominciare, ed ora dobbiamo pensare alla pace. Cerchiamo di spostare l’impegno del passato al futuro.
Ricucire con i Paesi europei, quando tra pochi mesi l’Italia sarà presidente di turno dell’Unione europea, sarà una sfida che contiene rischi e opportunità. Noi siamo tra i sei Paesi fondatori dell’Europa; siamo un Paese di frontiera; siamo un Paese che ha sempre creduto e che crede più che mai nell’Europa.
Concludendo, sono convinto che in questa Assemblea ci siano le capacità e il coraggio politico per indicare concretamente ai nostri Paesi e al mondo le strade per una nuova fase di pace e solidarietà, lungo le linee esemplari dell’alto e coraggioso insegnamento morale di Giovanni Paolo II, al quale va il nostro convinto apprezzamento e la nostra profonda gratitudine.
Ringraziando per l’attenzione mostrata concludo così il mio intervento.