SESSIONE ORDINARIA 2003

(Quarta parte)

ATTI

della ventisettesima seduta

Lunedì 29 settembre 2003 - ore 15

ADDENDUM I

DISCORSI IN ITALIANO NON PRONUNCIATI


Milos BUDIN

Il rapporto Cilevic ci dice che molto è stato fatto nei singoli Paesi in tema di protezione delle minoranze nazionali, chi e cosa deve ancora fare ed io ritengo di poter sottolineare che il grado di maturazione culturale e della democrazia nella società europea consentirebbe di fare di più.

Posso portare l’esempio del mio Paese dove è ancora in corso la procedura di ratifica della Carta delle lingue regionali e minoritarie, dove la Convenzione quadro per la protezione delle minoranze nazionali è già stata ratificata e dove già sono in vigore leggi attuative di ambedue le suddette Convenzioni (Legge 482/2000 e Legge 38/2001). Ciò che manca è un’attuazione più convinta e determinata delle norme approvate. E’ solo un esempio ma anche esso dimostra che si potrebbe fare di più.

Credo che nella società europea- con gradi di sviluppo diversi in aree diverse- sia venuta maturando una diffusa consapevolezza che sta allontanando la problematica delle minoranze nazionali o linguistiche dalla sfera delle questioni eminentemente politiche, per collocarla nella sfera dei diritti umani e di cittadinanza. E’ una questione di cui l’uso politico e ideologico è in via di diminuzione.

Nella prassi politica, ma più diffusamente anche nell’opinione pubblica sta avvenendo gradualmente il rovesciamento della concezione del rapporto istituzioni pubbliche- identità etniche e linguistiche. Da una concezione per cui l’identità etnica, linguistica o nazionale era funzionale in termini esclusivi e monolitici alle istituzioni e alla loro formazione (a partire dall’istituzione dello Stato) ora le stesse istituzioni funzionano in favore di diverse identità etniche o linguistiche. Se cioè prima l’identità etnica veniva usata per servire e formare le istituzioni, ora sono le istituzioni a servire le diverse identità etniche.

Si sta facendo strada quindi nella cultura politica e nella cultura generale la consapevolezza che i diritti delle minoranze nazionali, etniche o linguistiche, sono in realtà diritti che le loro lingue e culture hanno in poter vivere liberamente all’interno di Stati formati originariamente sulla base di un’altra lingua e cultura e di essere a disposizione della libera scelta dei cittadini, tutti: di chi ne sente bisogno per motivi di appartenenza e di altri che potrebbero servirsene per altri motivi.

Se ciò è vero, se è vero che il riconoscimento dei diritti delle minoranze da parte di uno Stato in molte aree d’Europa non viene più percepito come rafforzamento politico indiretto dello Stato vicino e come minaccia e indebolimento per il proprio Stato, ciò significa che non ha più valenza ideologica ed è più facile perciò sia per lo Stato di residenza sia per lo Stato madre agire pienamente e serenamente in favore di queste lingue e culture ovvero delle minoranze nazionali e linguistiche. Ciò significa non in favore di soggetti o comunità politiche, ma di comunità di cittadini e dei loro diritti all’uso della propria lingua e della propria cultura. Ecco perché riteniamo si tratti di diritti umani e di cittadinanza. Io credo che con questo approccio si potrebbero realizzare a breve gli obiettivi auspicati dal Rapporto Cilevic,che stiamo discutendo.

Voglio sottolineare infine la necessità di una più forte collaborazione su questo tema tra il Consiglio d’Europa, l’Unione Europea, l’OSCE ed altre Organizzazioni regionali in base al principio che la diversità linguistica e culturale in Europa non solo va salvaguardata senza discriminazioni ma attivamente supportata.